Seddok, l'erede di Satana
Per i più giovani Alb
erto Lupo rappresenta un’assonanza, tra l’altro coerente, con il noto fumetto. Per i più attempati e/o
appassionati di storia dello spettacolo Alberto Lupo è stato un
grandissimo attore teatrale, televisivo, radiofonico e in maniera
minore cinematografico. E’ probabile però che “non tutti sanno che...” Alberto Lupo è stato il protagonista anche di questo “Seddok, L’erede Di Satana” horror del 1960 per la regia di Anton Giulio Majano, la produzione di Mario Bava e la sceneggiatura di Alberto Bevilacqua.
Trattasi di un horror molto tipico dell’epoca che utilizza diversi
canoni più che noti citando parecchio i grandi classici del cinema del
genere.
Il solito medico/scienziato pazzo, l’amore e la bella dal salvare,
efferati omicidi notturni, e in questo caso la citazione di un fatto
storico: le bombe atomiche gettate sul Giappone.
Gli ambienti sono sempre oscuri, lo scenario a volte nebbioso e la
regia si diverte a giocare con il chiaro e scuro rendendo più lugubre
la vicenda.
Il
risultato è un più che decente horror, per i tempi in cui è stato
realizzato, con una buona regia, dialoghi forse un po’ lunghi ma
effetti speciali più che credibili.
La bravura di Lupo fa il resto. L’attore è sempre un gran signore anche
quando deve interpretare il “cattivo” di turno. E’ il Dr. Levin che per
salvare l’amata Jeanette, una cantante orrendamente deturpata a seguito
incidente stradale, inizia una lunga scia di omicidi.
La donna sottoposta all’innovativa cura di Levin, “Derma 28”
per la ricostruzione dei tessuti epidermici, dopo i primi buoni
risultati sembra essere refrattaria alla stessa. Levin così inizia a
vagare per la città uccidendo, trasformato in mostro per non avere
remore, giovani donne alle quali ruba la linfa necessaria a continuare
la cura. Il Levin-mostro, qui si spiega il titolo, viene scambiato da
marinai giapponesi per un vampiro, visto che sulle vittime lascia due
piccoli segni. Seddok, appunto.
Erede di Satana? Si forse si, anche se per il mercato americano è diventato “Atom Age Vampire” unicamente per ragioni commerciali, di fatto di vampiri non c’è traccia alcuna.
Con somma tristezza dobbiamo dire che la versione americana, cioè “Atom Age Vampire”
è quella più facile da trovare, scaricabile dall’internet archive o in
streaming qui sotto. Tristezza si, perchè ci toglie la bellezza della
recitazione originale di Alberto Lupo, sfortunato interprete che ci ha
lasciato a solo sessanta anni.
Scheda Tecnica
Titolo Originale: Seddok, L'Erede di Satana
Titoli Alternativi: Atom Age Vampire (USA), Le Monstre Au Masque (Francia), Seddok - Der Wüger mit den Teufelskrallen (Germania)
Nazione: Italia
Anno: 1960
Regia: Anton Giulio Majano
Durata: 105'
Cast: Alberto Lupo, Sergio Fantoni, Susanne Loret, Franca Parisi, Andrea Scotti
Casa di produzione: Leone Film
eroinomane è buon inizio. Se poi ci aggiungiamo un cast da star, vedi Anita Ekberg, qui quasi a cinquant’anni sempre affascinante, Alida Valli e il sex-symbol made in Wahrol Joe Dallessandro, significa proprio che siamo su un’ottima strada.
da
un tumore al cervello è una suora severa, inflessibile con i pazienti
ma anche un’eroinomane, visionaria, che a volte non disdegna di
abbandonare la tonaca per entrare nel mondo moderno e divertirsi anche
carnalmente.
rtrude
sia colpevole si arriva al punto in cui gli eventi sembrano inchiodare
la suora. E’ veramente così? Oppure Gertrude è una vittima?
Il produttore infatti a insaputa di Berruti aggiunse la frase “Dagli archivi segreti del vaticano”.
Gioco forza, il Vaticano denunciò il distributore che fallì e chiuse,
lasciando il film in balia di se stesso. Berruti stufo dell’ambiente
lasciò il cinema per dedicarsi a cortometraggi e documentari.
Madness"
Esper non si ferma di certo. Anche perchè “Reefer Madness” è si un
“cult” ma ha assunto tale stato negli anni e non di certo all’epoca,
che vede il nostro girovagare e scappare, a volte, dalla polizia.
Sul
pianeta Uron le cose vanno male. Il genere femminile si è estinto e
ovviamente tutta la civiltà corre il grosso pericolo di estinguersi. Ma
non c’è problema. Due “Uroniani” Asshole e Jerkoff (a voi la
traduzione) vengono inviati sulla terra per ingravidare le terresti che
per qualche ragione sconosciuta sono compatibili con questa brutta
razza aliena.
The King Of B's
Dwain Esper
Prima Puntata
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E’ facile immaginare che un certo Dwain Esper
se ne andasse a zonzo città per città su qualche automezzo carico di un
tendone da circo, di pellicole “scandalose” e di qualche altro aggeggio
buono per gli imbonitori da fiera, con la polizia che a volte gli
dava la caccia.
D’altronde si auto definì "the King of the celluloid gypsies."
E’
la storia questa di un uomo convinto affarista, grande maneggione e
furbacchione assoluto. Un personaggio bizzarro, un anello di
congiunzione tra fiere, circo e cinema. Ma soprattutto Dwain Esper può essere considerato il padre di tutti i pessimi registi e uno dei creatori, se non “il”, del cinema d’exploitation.
Lui e le sue pellicole “scandalose”, lui e le sue idee promozionali “bizzarre”.
Dwain Esper nato negli States nel 1894 ha fatto degli “eccessi” il suo modo di intendere il cinema e soprattutto gli affari.
Dal
1932 al 1948, Esper si butta, si lancia nel mondo della celluloide,
producendo, qualche volta girando, ma soprattutto distribuendo una
vasta serie di film. Il filo conduttore di tutta la sua carriera è uno
solo: mostrare immagini sconcertanti per l’epoca, facendo vedere gli
effetti delle droghe, del sesso forsennato, rompendo o illuminando i
tabù. Moralistico? All’apparenza si potrebbe dire di si. Ma il tendone
da circo dell’equipaggiamento, le fiere frequentate le foto scabrose
appese nei cinema o teatri nei quali proiettavano fanno pensare a
tutt'altro.
La carriera di Esper parte senza esitazioni con la regia di “The Seventh Commandment” del 1932 scritto a quattro mani con la moglie Hildegarde Stadie e primo “monito” ai giovani.
Ma è con “Narcotic”
dell’anno successivo che il nostro inizia a manifestare il suo talento.
Ok, l’idea sarà un po’ bizzarra ma è di sicuro effetto ed Esper compra
da un circo un cadavere mummificato che espone nei luoghi delle
proiezioni. Il film vuole dimostrare come la droga possa rovinare la
vita e la carriera di chiunque. Il protagonista il Dottor William
G.Davies da ottimo e promettente medico in grado di salvare vite
finisce in un giro di droga che chiaramente lo rovina, toccando
l’apoteosi con un festino a base di droga che sconvolge, in maniera
diversa, tutti i convenuti.
Dall’argomento droga Esper si stacca per qualche tempo, buttandosi nella moralità con “Modern Motherhood”
pellicola incentrata su una coppia che deve decidere se abortire o
tenersi il figlio e nell’horror trasfigurante Edgar Allan Poe con “Maniac”. Ma il primo amore, come si suol dire non si “scorda mai” ed Esper torna ai rischi della droga con “Marihuana” del 1937 per poi piazzare il colpo grosso con il ri-editing e distribuzione di “Reefer Madness” del quale parliamo approfonditamente nella nostra recensione.
Fine Prima Puntata
Se Sei Vivo Spara
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Questo
non è il caro e vecchio west. O meglio non è “solo” quello. Ma è un
polveroso ed ipocrita luogo, perso nella polvere e nelle allucinazioni.
E
noi sporchi di polvere e allucinati siamo di fronte a un film
sottovalutato, recuperato negli anni novanta e infine omaggiato dal "Festival Di Venezia" nella retrospettiva “Spaghetti Western”.
Una grande opera che fugge dai canoni classici del genere mettendoci dentro buone dosi di horror, splatter e visioni.
“Se Sei Vivo Spara” film di Giulio Questi del 1967 si gioca da sempre il titolo di “spaghetti-western”
più violento della storia, con un approccio disincantato, un po’
intellettuale togliendo o quasi personaggi positivi o innocenti.
E anzi si prende la briga di inserire elementi spiazzanti, come un
gruppo di cow-boy gay e in parte minore la pazzia.
Tomas Millian
protagonista della pellicola giganteggia con un’interpretazione
perfetta che si sposa bene con l’ambientazione e soprattutto con
l’ottima colonna sonora.
L’inizio è assai convincente, folle, aperto da Tomas Millian che interpreta il chicano Hermano in preda agli incubi e visioni, “resuscitato” dopo un’esecuzione sommaria.
La storia parte da qui ed ha come fulcro la disperata ricerca di oro.
Un bottino rubato nel più classico dei modi da una banda composta da
americani e messicani con i primi che a cose fatte rinnegano gli
accordi e uccidono gli ex compagni, per poi fuggire in una cittadina
moralista e bigotta che giustizia il gruppo in pubblica piazza
risparmiando solo il capo che morirà poco dopo travolto dalla cupidigia
dei cittadini che trovano in una sua ferita una pallottola d’oro.
E qui arriva anche Hermano
miracolosamente scampato all’esecuzione accompagnato da due indiani che
lo credono resuscitato. Intanto i sacchi d’oro rubati spariscono nel
nulla e nel paese scoppia la una lotta fratricida con l’unico intento
di ritrovare ed accaparrarsi tutto l’oro.
Protagonisti di tanto desiderio sono tre personaggi. Il prete della
città, la cui moglie viene tenuta reclusa in casa perchè pazza, un
ricco signore locale accompagnato da fidatissimi cow-boy gay e infine
il proprietario del saloon. Hermano dal canto suo è l’ago della
bilancia dell’intera storia, cambiando spesso “squadra” e assistendo
alla distruzione morale e fisica del piccolo centro rovinato dal
desiderio di soldi.
Alcune
scene splatter spingono l’opera verso l’horror, come la morte del
capobanda nel cui corpo si insinuano le mani dei presenti oppure lo
scalpo di un indiano. Connotati di horror c
lassico invece si possono intravedere nel personaggio della donna pazza.
Sarebbe
tutto meraviglioso ed entusiasmante se Questi non si piazzasse troppo
in trincea lasciando il tutto in balia della spasmodica ricerca del
tesoro. Ma nonostante lo sfilacciamento questo è a tutti gli effetti un
gran film.
Giulio Questi
nonostante questa azzeccata pellicola non ha fatto una luminosa
carriera, fermandosi a undici film diretti (un paio per la tv),
producendo, scrivendone altri. Oltre a Tomas Millian si nota la presenza di un giovanissimo Ray Lovelock, qui all'esordio che interpreta l'unico personaggio candido del film e di Piero Lulli attore toscano dal lungo curriculum.
Per fare maggior presa sul pubblico, il film venne commercializzato
fuori dall'Italia col titolo "Django Kill" che chiaramente citava
"Django" film del 1966 con Franco Nero.
Scheda Tecnica
Titolo Originale: Se Se Vivo Spara
Titoli Alternativi:
Django - tappaja (Finlandia), Django Kill... If
You Live, Shoot! (DVD), Gringo Uccidi! (Italia), Oro Hondo, Oro
Maldito (Spagna), Tote, Django (Germania), Tire Encore Si Tu Peux
(Francia)
Se
facessimo un sondaggio sui luoghi che accendono "fervide fantasie" tra
i vincitori troveremmo sicuramente il carcere femminile.
Ora, non è il luogo questo per parlare di realtà tristi e delle
condizioni spesso brutali delle carcerate, ma il suddetto tema ha
sempre interessato il cinema, da produttori a registi ed entusiasmato
le platee. Se poi in questa polveriera ci entra pure Roger Corman, l’alchimia è tale da creare un esplosivo e buffissimo b-movie: "The Big Doll House".
A dire il vero il buon Corman è presente più con la sua ombra che con altro, distributore e produttore esecutivo con la sua "New World Pictures"
e sempre a dire il vero, non è nemmeno il primo "Women In Prison" della
vastissima carriera del regista americano e vogliamo ricordare il
pionieristico "Swamp Woman".
Il risultato di questi elementi mischiato alla regia di un altro volpone dell’exploitation, Jack Hill e alla presenza di una semi-sconosciuta Pam Grier che qui nel 1971 è ancora lontana dall’essere una delle star degli anni settanta, è un film divertente e sexy.
Una pellicola che non ha tutte le nudità che i successivi film del
genere avranno. Un’opera comunque parecchio ammiccante, forte di una
serie di attrice molto graziose, capeggiate o quasi da una rustica ma
straripante Pam Grier.
L’arte di arrangiarsi è l’emblema di "The Big Doll House" che si apre con dei meravigliosi titoli di testa commentati dal soul di "Long-Time Woman" cantata dalla stessa Grier che poi riprenderà la canzone molti anni dopo in "Jackie Brown" di Tarantino.
"The Big Doll House" appare come un "Woman In Prison"
solare, che fa simpatia e che in fin dei conti si lascia guardare.
Certo che le stranezze non mancano così come i controsensi visto che
nella prigione in oggetto le carcerate girano in minigonna, dormono
nude, fanno lavori forzati sotto l’occhio non molto vigile delle
guardie, lottano nel fango per la supremazia e soprattutto hanno la
possibilità di acquistare merce varia da due uomini autorizzati ad
entrare nel complesso. E come si può immaginare i due non disdegnano le
prigioniere e le stesse non disdegnano loro.
Se non fosse per le solite due persone (capo guardie e direttrice) che
amano torturare ed uccidere le recluse, spesso con velenosissimi
serpenti, la vita in questo carcere sarebbe molto tranquilla e sexy.
Ma tant’è, ogni women in prison vuole il suo sangue, qui meno
ridondante di altri episodi,e un po’ d’azione. Ed eccola: una serie di
prigioniere, tra le quali Pam Grier pianifica la fuga e l’eliminazione dei cattivi.
Il piano più o meno funziona. Qualcuna muore (ad esempio la Grier
accoltellata che reagisce blandamente al colpo...), altre fuggono sotto
il fuoco nemico dalla scarsa mira, mentre loro colpiscono chiunque da
qualunque distanza. Le guardie e i "cattivi" in generale invece
dimostrano di avere un fiuto incredibile e una fortuna spropositata nel
ritrovare le fuggitive. Ma una di loro alla fine riuscirà a scappare. O
forse no.
Recitazione molto approssimativa ed effetti speciali molto artigianali e un senso globale di
comicità involontaria. Ma ribadiamo è proprio un bel b-movie.
Girato per pure questioni di budget in un carcere abbandonato delle Filippine, "The Big Doll House"
ottenne un notevole successo al botteghino e diede il via a una serie
di sequel e spin-off abbastanza famosi. Nello stesso anno uscì "Woman in Cage" ambientato nella stessa prigione e un anno dopo "The Bird Cage".
Nel cast oltre alla già citata regina, Pam Grier, notiamo anche la presenza di Roberta Collins, biondissima bellezza alla "Monroe" e protagonista di numerose pellicole, scomparsa un anno fa e di Judith M.Brown attrice ancora in attività e presente in tanti film famosi. Sid Haig invece, più noto come il "Captain Spaulding" dei
film di Rob Zombie, oltre a una serie di altri ruoli inquietanti, è uno
dei due fortunati che girano liberamente nella prigione.
Scheda Tecnica
Titolo Originale: The Big Doll House
Titoli Alternativi: Bamboo Doll House, Women's Penitentiary (Indefinito), Carceres Des Mujeres (Venezuela), Naarashäkki (Finlandia), Sesso In Gabbia (Italia), Women's Penitentiary III (USA Video)
Anno: 1971
Nazione: USA
Regia: Jack Hill
Cast: Pam Grier, Judith M.Brown, Roberta Collins, Brooke Mills, Pat Woodell, Sig Haig, Christiane Schmidtmer
Durata: 95'
Casa di Produzione: New World Pictures
Se
pensiamo che questo film è stato poco compreso da pubblico e critica
degli anni settanta, periodo in cui l’estremo era all’ordine del
giorno, si capisce già cosa stiamo per dire.
e la brutalità della società compresa l’allegra e spensierata vita dell’amata Cunegonda.
Avere la possibilità di incontrare Umberto Lenzi
è una cosa che mette i brividi. Un’icona, una leggenda del cinema
italiano e purtroppo uno degli ultimi rimasti. Un po’ di angoscia c’è:
come sarà dal vivo? Ironico come ci immaginiamo oppure altezzoso visto
il suo curriculum?
“Terrore Ad Harlem” è
un giallo ambientato nel 1943, durante la produzione di un film
vagamente di propaganda nel quale un immigrato italiano a New York
inizia inizia un’escalation incredibile nel mondo della boxe che
lo porta a combattere per il titolo dei pesi massimi contro un uomo di
colore (nel libro, vista l’epoca, detto “negro”). Il giovane però deve
anche trovare i soldi per far uscire di prigione il fratello
ingiustamente incarcerato, il quale però appena uscito viene freddato
dai gangster. La morale del film è che l’America è un brutto posto,
pieno di gente di colore e gangster. Meglio l’Italia.
Sul perchè occuparsi di cinema di quell’epoca anziché dei periodi successivi, Lenzi non ha dubbi
Possiamo
considerare il film in oggetto come un enciclopedia o come un ristretto
riassunto di tutti gli stereotipi, caratteristiche di film horror,
bikexploitation e commedie. 
naturale
a volte approssimativo e tutta una serie di circostanze strane e folli
durante la lavorazione. Dalla caduta in moto di una delle attrici, alla
misteriosa scritta apparsa sul set, forse di un attore/attrice che
scrisse (traduciamo il senso) "Con chi devo andare a letto per uscire
da questa produzione", fino a una lunga lista dei flirt avvenuti sul
set stilata dalla troupe (giravano nel deserto e quindi...).