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mercoledì, maggio 14, 2008

Musica: Afterhours e Caparezza

Musica


Afterhours "I Milanesi Ammazzano il Sabato"

Qualsiasi cosa stia per scrivere è stata confermata e incorniciata, ma allo stesso tempo stracciata e sconfessata. Più che ammazzare il sabato, l’album degli Afterhours ha ammazzato i fan. Così nei forum è una lotta senza sosta tra persone che decretano l’ultimo nato come capolavoro e quelli che invece constatano la morte artistica di Agnelli e soci. Un totem del rock italiano, non poteva che innescare, come al solito, una reazione così turbolenta.

Insomma è una questione personale. E siccome di sensazioni personali stiamo parlando inizio subito col dire che “I milanesi ammazzano il sabato” (riferimento a un libro di Scerbanenco) alleggerisce le sonorità rispetto agli ultimi lavori, ricordando in parte i primi lavori del gruppo, anche se la definizione, ideata da alcuni, di un “Hai paura del buio” bis suona molto esagerata. Schizoide, sfrenato, caotico e disorientante.

Quattordici brani, che per gli amanti delle etichette, si muovono sui territori del rock/pop, in salsa anni settanta con qualche arrangiamento elettronico, incisi per una major (la Universal) e presentati seguendo la scia dei nuovi media. Myspace in anteprima e video (già tre realizzati) che girano in rete. Manuel Agnelli ha detto che il gruppo ha ritrovato le proprie radici e che il disco è composto da quattordici singoli. Sulla prima affermazione ci siamo già espressi, sulla seconda c’è da dire che è proprio il problema maggiore.

Ascoltando questo disco si ha la sensazione, appunto, di qualcosa di slegato che rischia di passare inosservato. Se in “Quello che non c’è” e “In Ballate per piccole iene” testi e atmosfere si muovevano su una stessa linea, qui non c’è una vera e propria direzione.

Ci vogliono due o tre ascolti per memorizzare tutto e cominciare ad apprezzare alcuni episodi. Eccezion fatta per “E' Solo Febbre” probabilmente uno dei migliori brani di sempre del gruppo, inquietante e tagliente traccia numero 2 presa in mezzo dall’intro di " Naufragio sull'isola del tesoro" e dal rock lanciato di “Neppure carne da cannone per Dio”.

Già…sonorità aspre, pezzacci rock ritornano in diversi momenti. Oltre al già citato brano, si nota l’effervescenza un po’ alla Stogees di “Pochi istanti nella lavatrice” o in maniera meno netta il rock di “Riprendere Berlino” “E’ dura essere Silvan”, “La mia Città” o di “Musa di nessuno”.

Ci sarebbe anche un pezzo dal titolo “Tutti gli uomini del Presidente”, che è un po’ il vero caso del disco, capace di scatenare le ire di parecchi ascoltatori per il falsetto e la struttura che ricorda, forse è vero, “Muori Delay” dei Verdena. Per il resto, quando il ritmo cala, gli Afterhours lo fanno con una delicatezza che finisce in certi casi in una sorta di ninna nanna.

Quando si parla di Afterhours non si può fare a meno di parlare anche dei testi. Meno criptico del solito, ma più ironico degli ultimi due album, Agnelli lascia, poi come al solito le interpretazioni possono essere varie, un senso di inquietudine fra le righe. A parte la critica sulla vita milanese e a parte che ha intriso il disco di riferimenti alla famiglia e alla paternità, Emma la figlia viene citata diverse volte, senza contare che il pezzo di chiusura è una chiara e aperta dedica, spicca il tema della creatività artistica. Tema autobiografico o forse no, in "E' Solo Febbre" e soprattutto in “E’ dura essere Silvan” i riferimenti sono tanti e soprattutto preoccupanti per il futuro

“Sono stanco di invecchiare/sostenere ciò che muore (…) essere divertente sai non più divertente/ ho perso la magia per sparire tra la gente”. Gravissimo, se fosse autobiografica"



Caparezza "Le dimensioni del mio caos"

Il Frank Zappa italiano? Ma non esageriamo! Anzi, non lo scrivete più che sennò rovinate il Capa, un artista serio che si è trovato di fronte a un paragone eccessivo!.

Caparezza fa dischi che sono divertenti e critici, ben fatti e studiati usando il giusto mix tra l’indipendenza artistica e la commercializzazione. Usando il giusto mix musicale, spaziando tra diversi stili dall’hip hop al rock, finendo a volte per essere cross over. Però Frank è e resta su un altro pianeta.

“Le dimensioni del mio caos” evidenzia tutte queste cose, compresa la freschezza di un artista che al quarto disco riesce a rinnovarsi. Certo, lo stile è il medesimo, la voce è pulciosa come al solito e il senso di panza piena dall’ascolto si avverte anche qui, ma il Capa va oltre e propone un concept album (ops…un fonoromanzo) che narra le vicende di due protagonisti: Ilaria e Luigi. Semplice scusa per criticare la società partendo come al solito dalla cronaca e usando una struttura semplice e rime a volte allegre. Missione compiuta. Sotto la lente della testa ricciuta finiscono, mode, ambiente, sicurezza e tanto altro ancora.

Interessantissimi certi momenti, come l’intelligente singolo “Eroe”, ottimo testo, oppure l’esilarente critica alla moda di “Ilaria condizionata” e soprattutto la tarantella di “vieni a ballare in Puglia”, ottimo ancora il gioco metaforico con i videogames di “abiura di me”.






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