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essekappa: Musica: Scars On Broadway e Gutter Twins

venerdì, settembre 12, 2008

Musica: Scars On Broadway e Gutter Twins


Scars On Broadway


Il più furbo della “cumpa” è John Dolmayan. Se ne sta dietro alla batteria a pestare duro, sia se lo chiama Serj Tankian sia se lo chiama Daron Malakian. Così nel dubbio se sia meglio “Elect The Dead” di Tankian o “Scars On Broadway” di Malakian lui si piazza pesantemente in tutti i due album. Bipartizan.

Noi invece non sappiamo che scegliere e prendiamo per buoni tutti e due lavori, restando sempre preoccupati invece sulla veridicità delle dichiarazioni che smentiscono categoricamente la dipartita dei System Of A Down e che etichettano i progetti solisti di Tankian e Malakian come una pausa di riflessione e una voglia di mettersi in competizione con se stessi.

Vedremo. Intanto i due leader si sono fatti il loro side-project, super ricercato e super curato. Archiviato “Elect The Dead” di Tankian come un buon album in totale stile SOAD, ci si butta nell’ascolto di “Scars On Broadway” del chitarrista-cantante e fondatore del gruppo Daron Malakian.

Lanciato in grandissimo stile il debut album di questa nuova band dimostra la buona volontà di Malakian di lanciarsi in qualcosa di nuovo. Allora via. Si parte, si direbbe, dal look visto che nel video del singolo “They Say” Daron è visibilmente ingrassato e porta la barba.

Di cose nuove sotto il sole armeno trapiantato a Los Angeles, c’è l’utilizzo di tastiere ed elettronica con una leggera sferzata verso sonorità death punk. Se ci aggiungiamo pure che la canzone “Funny” sembra “Pretty Women” incazzata abbiamo elencato le variazioni sul tema pensate da Malakian. Propositi di cambiamento che però non sempre vengono rispettati, visto che spesso, soprattutto nella seconda parte del disco, le citazioni dei SOAD, versione “Mezmerize” e “Hypnotize” sono ampie e potenti.

Per quanto riguarda tastiere ed elettronica, il caso più eclatante resta l’intro di “Exploding/Reloading” con tastiera heavy ’70 e sviluppo death punk, mentre sul lato elettronico si segnalano gli inserti di “Enemy” che toccano inquietantemente il danzereccio e quelli della bizzarra “Cute Machine” canzone che riesce a mischiare un po’ di tutto.

Per il resto adoriamo “They Say” in tutta la sua semplicità rock. Gran pezzo. Le restanti invece, come già detto, sembrano pezzi dei SOAD in tutto per tutto, con la solita architettura e i soliti rimandi alla tradizione armena.

Detto ciò il giudizio finale è in ogni caso alto. Malakian è bravo già di suo e si è contornato di musicisti e collaboratori all’altezza. “Scars On Broadway” piacerà soprattutto ai fan dei System Of a Down in astinenza e preoccupati delle sfavillanti sortite, in solitaria, dei due leader.




Gutter Twins

"Saturnalia"



Prendete un buon musicista che da metà anni 80’ bazzica il rock prima con gli Afghan Whigs e poi con i Twilight Singers, diventando anche produttore del penultimo disco degli Afterhours. Greg Dulli. A questo aggiungeteci, un genio assoluto, totale, un mito in tutto per tutto che nella sua carriera è stato tra i grandi del grunge con i suoi Screaming Trees poi ottimo solista, poi chitarra dei Queens Of The Stone Age, poi ancora alle prese con grandi collaborazione, per finire addirittura con un’incursione nell’elettronica. Mark Lanegan.

Ecco, fate la somma di due cervelli così. Sabbiosi, oscuri e alcolici e otterrete i Gutter Twins. Ennesima strada battuta, ennesima sperimentazione di due tizi che nonostante tutto hanno ancora voglia di muoversi e soprattutto nessuna intenzione di sedersi sugli allori. Va detto che il progetto Gutter Twins è nato ben cinque anni fa e in tutto questo periodo i nostri ci hanno donato soltanto un disco, questo “Saturnalia”.

Un lavoro assolutamente da avere, anche se in qualche punto traballa un po’ soprattutto quando si spinge verso l’elettronica oppure quando si sente che i due cercano di farla sporca restando puliti.

Per il resto “Saturnalia” è un capolavoro. Lanegan e Dulli si travestono da Caronte e accompagnano l’ascoltatore in un viaggio in un territorio oscuro, nebbioso, alcolico, intenso e ovviamente diabolico. Uno si fa forza del suo rock schietto, l’altro ha ben in mano il vessillo del rocker perduto e maledetto. Un disco che piacerebbe tantissimo a un tipo come Batman.

La partenza verso il fondo è subito a razzo. “The Stations” prima e “God’s Children” sono i buoni inizi che mettono in bella mostra il rock, il blues e le sfumature grunge di cui è permeato tutto l’album. Poi la puzza di zolfo inizia ad essere più forte, tracima dannazione dalla batteria sincopata e dalla chitarra distorta di “All Misery Flowers”. Dopo una parentesi discutibilissima, “The Body”, si tocca uno dei punti caldissimi del disco. E’ il singolo “Idle Hands” in cui Lanegan inizia ruggendo, prende il forcone e lanciato dalla chitarra di Dulli, infiamma con la voce i bassifondi degli inferi, in una canzone che dir trascinante è dir poco.

Che fottuto caldo! E che bello proseguire questo viaggio con due ballade folk, “Circle The Frings” e la polverosa “Who Will Lead Us” che fanno da aperitivo al vellutato rock di “Seven Stories Underground”.

Giunge poi il momento di una pausa e di una virata in un territorio più elettronico con “I Was in love with you”, altro pezzo discutibilissimo che sminuisce la potenza vocale del buon Lanegan. Per farsi perdonare però, si direbbe, i due regalano un’altra perla difficilmente equiparabile. Un altro pezzo che sfonda con il rock/blues a tinte fiammeggianti il cui titolo è molto più che un riassunto: “Bete Noir”. Altro episodio da notte oscura e da ombre diaboliche.

La chiusura è a carico di “Each To Each” e “Front Street”. Se la prima è il terzo punto debole del disco con la sua inutile elettronica, l’ultima è un duetto interessante in cui però il Dulli si spinge troppo nel settore Lanegan, traballa un po’ ma non crolla.

Finito. La musica si ferma, ritorna il sole, ma in testa echeggiano ancora i suoni di questo, bellissimo, viaggio nell’oscurità.










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