Musica: Coldplay e Dirty Pretty Things
Ok, il paragone è forte. Ma i
Coldplay sembrano delle scimmiette ammaestrate, brave a fare il loro numero circense e a strappare l’applauso della folla. Suvvia, che nessuno s’offenda mi raccomando, ma l’ultimo lavoro dei Coldplay, dimostra soltanto quanto talento naturale sia stato sprecato (“Parachutes” ma ve lo ricordate? che bello!) per compiacere le masse e per star dietro alla frusta del ammaestratore Brian Eno. E già perché dietro a questo “Viva La Vida…” c’è proprio lui il Dio del pop-rock Europeo, che sarà pure Dio ma alle volte da l’impressione di essere un tantino egocentrico.
Possiamo capire che l’obiettivo dei Coldplay sia quello di sostituire gli U2 nell’immaginario collettivo e concordiamo anche l’assunzione del Dio-produttore, ma il risultato è un album che scivola addosso, senza stupire, senza emozionare. Senza sale nè pepe.
Oh, sia chiaro abbiamo anche provato i proverbiali 4/5 ascolti per comprenderlo meglio, ma proprio non ci entra in testa. Oh, sia chiaro Coldplay+Eno danno un risultato che sicuramente avrà un notevole riscontro commerciale e di una certa critica e il disco, dal punto di vista oggettivo, non si può dire che sia suonato o arrangiato male. Semplicemente non morde.
L’aggravante è che dopo i proverbiali 4/5 ascolti un pensiero assillante ci tormenta e pare proprio di scorgere qua e la il fantasma degli U2 (Eno…).
Di canzoni non ne parliamo. Ci piacerebbe ma non c’è nulla appunto che ci resti impresso a parte il singolo “Violet Hill” in stile classico e l’intro strumentale di “Life in Techicolor”. Almeno in un titolo c’è un po’ di colore…
Dirty Pretty Things
Sono meglio i Babyshambles o i Dirty Pretty Things? Da questo importantissimo dibattito da forum britannico, parte la psicoanalisi nei confronti di Carl Barat. Il paziente (inglese) sembra affetto da invidia cosmica nei confronti dell’ex socio Libertines, Pete Dohert
y, che ha con i media un feeling decisamente migliore, senza essere decisamente migliore sul piano artistico. Chi conosce Pete? Tanti, almeno per sentito dire. E chi Carl? Meno sicuramente. Anche vero che magari finiti i bagordi con i Libertines e fatto un disco rabbioso con i Dirty Pretty Things, il Barat, ha voglia autentica di crescita artista.
Chissà quale è delle due, ma il risultato è questo “Romance at Short Time” secondo lavoro del gruppo. Più ragionato dell’esordio, ma anche più piacione e soprattutto più “simile a…”.
Perché qui il deja-sentito è tanto e soprattutto eterogeneo. Joe Strummer, Morrissey e i suoi Smiths, senza scordare le ampie reminescenze Blur, versione brit-pop e soprattutto le autocitazioni da Libertines.
Bello o brutto? La risposta è…poco originale ma simpatico da ascoltare, anche se a volte i DPT fanno il passo più lungo della gamba ad iniziare dalla definizione di punk-band e vi prego eliminatela che magari lo Strummer dall’aldilà potrebbe incazzarsi.
Anyway…la partenza di “Romance at Short Time” è molto brit-pop.
A “Buzzards & Crows” mancano solo i coretti per essere un b-sides di Albarn & soci. Mentre invece la critica-vulgaris di “Hippy’s Son” spazia vocalmente da Strummer a Morrissey. In ogni caso l’apice citazionista si raggiunge con il singolo, carinissimo comunque come il video che mettiamo in fondo, “Tired Of England”, in cui sembra di riascoltare gli Smiths.
I Dirty Pretty Things cercano poi la via della melodia dolce e raffinata, alzando eccessivamente il tiro e proponendo una manciata di ballade di cui due consecutive “Come Closer” e “Faultlines” e una a fondo lavoro “The North”. Le restanti canzoni invece sembrano patire la nostalgia dei tempi dei Libertines. Citiamo “Kicks or Consumption”, “Best Face” e soprattutto “Chinese Dogs”.
Che dire infine? La guerra è aperta, Doherty vs Barat, sta vedere che il tutto porterà a una reunion dei Libertines. Anche questa una storia già vista.
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