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lunedì, settembre 07, 2009

Cinema: Videocracy

Cinema
Videocracy

Il problema maggiore di “Videocracy” è la distribuzione. Nel senso che passando nei cinema dalla programmazione indipendente o quasi finisce per essere visto da tutta quella serie di persone che non vedremo mai farsi una foto con Lele Mora o con una maglietta della linea “Corona’s”. Gente che non può rimanere stupita di fronte al documentario di Gandini, perchè già sa, gente che ride di quello che vede (e non si spiega perchè siamo finiti così).
In pratica il messaggio resta tra chi è fuori da certi giri, vanificando così uno (forse) degli obiettivi della pellicola.
A onor del vero “Videocracy” non svela nulla di nuovo, non accusa niente o nessuno, a parte la suoneria “Faccetta Nera” di Lele Mora, il fisico di Corona sotto la doccia, o qualche sottigliezza su come si fa la TV. Cose marginali, sul mondo dello spettacolo e della politica/potere italiano. Gandini non è Moore, questo è chiaro e offre al pubblico una lunga illustrazione di usi e costumi italici, tanto triviali e tanto trash che sembra rinverdire i fasti dei “Mondo Movie”.
Partendo da un filmato perso nel tempo, di una tv locale e del suo sexy show, passando per “Colpo Grosso” e arrivando ai giorni nostri si mostra quanto sia cambiata la televisione e soprattutto l’importanza che ha “l’apparire”, cioè andare in TV, ai giorni nostri. Il sogno di diventare "velina" e sposare un calciatore, oppure l'obiettivo di un operaio lombardo che per fuggire dalla routine cerca in tutti i modi di entrare nel mondo dello show-business, malgrado scarsa vena artistica.
Lo spazio dedicato ai burattinai non manca e tra un Lela Mora ripreso nella sua villa in Costa Smeralda, attorniato da giovincelli e passando da Fabrizio Corona, e un accenno a Briatore si chiude con Silvio Berlusconi.
Tecnicamente lo schema e semplice, le riprese lineari e il montaggio morbido. Un lavoro comunque curioso che ha il pregio d'essere riuscito, pare cogliendo i protagonisti in contropiede intrufolarsi in case e studi televisivi colti fuori dalle luci della ribalta.
Aglio occhi di uno straniero “Videocracy” insegna che l'Italia è un paese surreale, folle e finto. Eccede in questo non mostrando o almeno citando l'"altro lato della medaglia". In ogni caso quanto ripreso è reale. Questa è l'Italia e questo è il potere, diverso da quello che ha comandato per oltre cinquant'anni, più volgare e imbastardito con il suo perizoma e le luci colorate.

Titolo originale: Videocracy
Nazione: Documentario
Anno: 2009
Genere: Documentario
Durata: 85'
Regia: Erik Gandini
Produzione: Atmo
Distribuzione: Fandango
Data di uscita: Venezia 2009
04 Settembre 2009 (cinema)

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lunedì, agosto 10, 2009

Cinema: Harry Potter E Il Principe Mezzosangue

Cinema

Harry Potter e Il Principe Mezzosangue


Il titolo più giusto per il sesto capitolo del maghetto era: “Harry Potter e l’ormone impazzito”. Visto che per forza di cose si cresce e si matura troviamo i nostri alla scoperta ed esplorazione dell’altro lato della luna. Pozioni d’amore, baci sfuggenti, palpitazioni, odi e rancori.
Per il resto è il solito Harry Potter. Il prescelto, l’affidabile alfiere delle forze del bene, quello su cui Silente e soci puntano per sconfiggere l’atavico nemico Voldermort.
E in effetti in questo sesto capitolo della fortunata saga Voldemort alza il tiro, minacciando il mondo dei Babbani, quello dei maghi e ovviamente Hogwart, rafforzando la potenza e la cattiveria dei fedelissimi.
A parte i continui spunti Tolkeniani che non mancano mai, è abbastanza facile vedere i cattivi, che vestono puntalmente di nero, così come è indubbiamente cool il buon Harry vestito come un membro di un gruppo brit/rock e pronto ad affrontare casini e peripezie con un buon paio di Converse All Star. Non s’offendano i fan della saga, amata e di sicuro successo che non sbaglia un colpo, nè sui libri, nè al cinema. E anche questo capitolo tiene vivo l’interesse dall’inizio alla fine.
Per quanto riguarda il film dietro alla macchina da presa ritroviamo Davis Yates che ritorna a dirigere Harry Potter e che soprattutto è già al lavoro con l’ultimo e decisivo capitolo della storia.
Il lavoro di Yates si sviluppa per suggestive immagini e violenti cambi di colore da caldi a lividi.
Scenari gotici e panorami decisamente nordici completano l’opera facendo apparire più e più volte l’ombra lunga di Tim Burton, resa più netta anche dalla presenza della musa, nonchè moglie, del regista Helena Boham Carter qui alle prese con uno dei suoi più classici e riusciti ruoli.
L’uso smodato di effetti speciali e riproduzioni al computer toglie sicuramente un po’ di poesia a un occhio mediamente esperto, ma va detto in tutta onestà che l’immagini sono di sicuro impatto a cominciare dalla distruzione del Millenium Bridge di Londra.


Titolo originale: Harry Potter and the Half-Blood Prince
Nazione: Gran Bretagna, U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Avventura, Drammatico, Fantastico
Durata: 153'
Regia: David Yates
Cast: Emma Watson, Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Tom Felton
Produzione: Warner Bros. Pictures, Heyday Films

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mercoledì, luglio 29, 2009

Cinema: Una Notte Da Leoni

Cinema

"Una Notte Da Leoni"






Nella miriade di commedie commerciali piuttosto banali che gli States riversano sul mondo, "Una Notte Da Leoni" riesce ad elevarsi al di sopra della media.
Nulla di originale comunque, visto che soggetto e location hanno riempito le fosse. Addio al celibato. Las Vegas.
Ma Todd Phillips dimostra dopo "Starsky & Hutch" di riuscire a fare commedie popolari senza doversi abbassare (completamente) ai più abusati e noti clichè.
"Una Notte Da Leoni" in effetti, regala diversi momenti divertenti, alcune gag ben strutturate lavorando con una narrazione in progressione che svela pezzo dopo pezzo la storia. Senza contare il riuscito cameo di Mike Tyson.
Come ovvio però, non può e sicuramente non deve rinunciare a tutta una serie di cose pronte e utili a soddisfare la massa. Buone dosi di demenzialità, doppi sensi e ammiccamenti vari, con l’apoteosi del più classico "happy ending".
La formula funziona e a sorpresa il film di Phillips ha fatto il pieno al botteghino. Sia negli USA che da noi.
Per trama e soggetto, il paragone e il rimando va al geniale "Cose Molto Cattive" sicuramente più interessante e più arguto ma più di nicchia.
Siamo sempre alle prese, dunque, con un gruppo di quattro giovani che intende festeggiare l’addio al celibato, di uno di loro, a Las Vegas.
Al risveglio però, la loro suite è devastata, mentre il futuro sposo risulta scomparso nel nulla. Non ricordano assolutamente nulla.
Mattone dopo mattone i tre superstiti cercano di ricostruire quanto accaduto e di ritrovare il loro amico, mettendo a posto tutti i vari casini combinati. Una miriade. Un’auto della polizia rubata, un dente mancante, un matrimonio, un neonato ritrovato, la malavita cinese e soprattutto la tigre di Tyson sottratta dalla villa dell’ex pugile.
Il cast composto da attori brillanti americani, annovera anche la sempre bella Heather Graham.
Tutto sommato una commedia estiva godibile, la migliore di questi tempi.



Titolo originale: Hangover
origine e data: Usa 2009
data di uscita: venerdì 19 giugno 2009
colore e durata: col. 100 min
genere: Commedia
regia: Todd Phillips
attori: Bradley Cooper, Heather Graham, Jeffrey Tambor, Ken Jeogn, Zach Galifianakis, Ed Helms, Justin Bartha, Rachael Herris Jr.

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venerdì, giugno 12, 2009

Cinema: Antichrist

Cinema
"Antichrist"


Se c’è una cosa che gli va riconosciuta è che Lars Von Trier non si è mai adagiato. Ha sempre cercato di andare oltre, di cambiare linguaggio e di proporre nuove situazioni.
Qui in “Antichrist” tocca il punto più estremo, almeno fino ad oggi, realizzando un film molto personale, stroncato un po’ da tutti.
Von Trier, spocchioso come sempre, ha dichiarato che lui i film li fa per se e non per il pubblico e che è stata la mano di Dio a portarlo, sembra un po’ una battuta, alla realizzazione di “Antichrist”. Ha chiuso dicendo che è il più grande regista esistente.
Fatti i debiti tagli e le necessarie revisioni alle sue affermazioni, resta difficile poter dare un giudizio univoco su un film così introspettivo ed enigmatico. Un’opera che vive di simbolismi e di vari significati reconditi. Bello o brutto? Sta allo spettatore. Vale un po’ il discorso che si può fare su un film di Lynch, ognuno prende e assorbe quello che vuole e che riesce. Quindi questo è quanto per noi.
“Antichrist” è un film pesante, lento e psicopatico. Forte nel suo messaggio, si potrebbe dire un po’ misogino e fortissimo nelle sue immagini. Presentato male, forse banalizzato, cercando di fare leva sulla morbosità di spettatori e critici grazie alla presenza di elementi “horror e porno”. Caratteristiche presenti ,certo, con organi genitali fatti a pezzi e scene di sesso e violenza, ma che non vanno oltre il limite di certi film splatter/gore. Ossia, nulla che ecceda un certo cinema underground.
“Antichrist” ha il grosso difetto di rielaborare canoni tipici dei film horror e/o introspettivi. Già visti e stravisti. Bosco, solitudine, disperazione, pazzia. Senza contare l’amata narrazione in capitoli di Von Trier.
Il pubblico respinge, almeno sentendo i commenti in sala, ma va detto che la regia di Lars Von Trier, ormai lontano dal suo dogma è meravigliosa. Il regista danese quando si butta in visioni più poetiche e ricercate dona lezioni di cinema, aiutato anche da una fotografia perfetta. Rarefatte immagini di bellezza e poesia pura, lievi giochi di luce e taglienti soggettive sottolineate da un’adeguata colonna sonora.
Bravi poi i due attori, Charlotte Gainsbourg e William Dafoe, intensi quanto basta e precisi dare profondità al dramma. Lei poi si spinge veramente oltre, recitando per mezzo film semi nuda e realizzando una scena di autoerotismo veramente lunga.
I due sono una coppia a cui muore il figlio. Lei entra in crisi e lui, terapeuta cerca di aiutarla. Per aiutarla al meglio la donna chiede di andare in una baita in montagna, “Eden”, dove però la sua follia, avrà il sopravvento.
E l’anticristo? Chi è? Noi l’abbiamo trovato, ma è una questione personale.

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giovedì, giugno 04, 2009

Cinema: Vincere


"Vincere"


Con una battuta si puà dire che Bellocchio è stato "Ardito". E non pensate male. Nessun messaggio politico ma tanta ammirazione per questo "Vincere".
Marco Bellocchio riesce a creare un’opera rimanendo fuori dalle tentazioni di giudizio riuscendo ad essere visionario, veloce e sorprendente.
“Vincere” è una storia sommersa e insabbiata dal regime, sulla quale Bellocchio ha giocato d’immaginazione e di cronaca, usando ad hoc, la storia e soprattutto relegando la figura pesante del Duce al ruolo di “attore non protagonista”.
Cronaca e malaffari di un uomo arrivista, diventato potente e che dietro la facciata di uomo integerrimo celava segreti piuttosto importanti e scabrosi.
Uno di questi è il nucleo di “Vincere”. Benito Mussolini ancora iscritto al Partito Socialista incontra e conosce Ida Dalser con la quale si sposa e ha un figlio. Albino Benito Mussolini. Il tempo passa e Mussolini cambia idee e soprattuto conosce e sposa Rachele Guidi e nel frattempo misconosce Ida ed Albino.
La donna però non si arrende e inizia una lunga battaglia contro quello che ormai è (...) a capo dell’Italia. Inutile dire che la sua battaglia è uno spreco di energie enormi. La donna viene separata dal figlio e internata in un manicomio. Il figlio invece vive in una sorta di collegio, da solo entrambi sotto l’occhio lontano ma attento del Duce e dei suoi fedelissimi.
L’intelligenza narrativa e stilistica è sorprendente A cominciare dalla presenza fisica del Duce che scompare via, via e finisce per essere presente solo per mezzo di cinegiornali. Bellocchio poi frammenta la narrazione, rischiando però di eccedere, con immagini veloci, con spezzoni di documentari e cinegiornali e scritte alla maniera futurista, narrate da un occhio lieve e a tratti romantico. Si resta lontani comunque da quell’aurea poetica che aveva “Buongiorno Notte” rimanendo più immersi nel dramma e nell’angoscia.
L’ottima opera si completa con una recitazione straordinaria. Purtroppo merce rara per la maggior parte dei film italiani. Filippo Timi è il Duce da giovane e poi Albino ventenne. Meraviglioso e bravissimo, intenso e drammatico, nel ruolo del Duce, nonostante le fattezze siano assolutamente diverse. In Albino invece è altrettanto bravo a rispecchiarsi nel padre quanto decisamente incisivo nel dramma.
Ida è Giovanna Mezzogiorno che ancora una volta non delude le attese e qui abbruttita riesce a trasmettere le angosce e le sofferenze di una madre.


Titolo originale: Vincere
Nazione: Italia
Anno: 2009
Genere: Drammatico
Durata: 128'
Regia: Marco Bellocchio
Cast: Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Corrado Invernizzi, Michela Cescon, Matteo Mussoni, Elena Presti, Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon
Produzione: Offside, Rai Cinema, Celluloid Dreams
Distribuzione: 01 Distribution

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martedì, maggio 26, 2009

Cinema: Guerriglia

Cinema

"Guerriglia"

Siccome parliamo di una “seconda parte” del tutto parente della prima è difficile aggiungere qualcosa a questa bella e monolitica opera di Soderbergh.
Tecnicamente, come ovvio, nulla cambia. Il regista americano a volte favorisce suoni e immagini alle parole usando sempre movimenti veloci di macchina.
L’apoteosi di emozioni arriva proprio alla fine, con la visione “in prima persona” della morte del Che attraverso i suoi occhi. Peccato che subito dopo questa intensità venga sminuita da una sorta di highlights della vita di Che Guevara.
La ricostruzione parte pochissimo prima dell’ingresso, segreto e sotto falso nome, di Guevara in Bolivia. Saltando quindi gli anni al governo cubano e le altre missioni in giro per il mondo. Ricostruire un periodo così drammatico e importante deve essere stato un compito difficilissimo. Considerando anche il fatto che ancora oggi sono numerosi le tesi sull’accaduto e soprattutto pochi i sopravvissuti o quelli che intendono parlare.
La ricostruzione cerca di essere neutra e storica, lasciando da parte parecchie ipotesi, sopratutto il presunto aiuto dell’artista francese Debray e dell’argentino Bustos nella cattura del Che, oppure il dissenso di Castro alla missione e ancora la famosa e storica frase che Guevara avrebbe pronunciato prima di morire.
Nell’intrigo internazionale boliviano, s’avverte subito un’aurea che non porterà a nulla di buono, alimentata anche dal fatto che sappiamo come andrà a finire. Gli eventi quindi scivolano lenti e storti, immersi in una claustrofobica vegetazione e resi scivolosi da tradimenti e ripensamenti.
Il Che partì per la Bolivia cercando di infiammare anche lì la sottomessa popolazione. Non andò così, il popolo non capì o credette maggiormente al governo che dal canto suo, annusato il pericolo, chiese l’appoggio della CIA. Alcuni campesinos tradirono, e i compagni di battaglia furono meno eroici di quelli del tempo cubano. Che catturato e giustiziato.
E qui si chiude, lasciando ancora da parte tutto quello che accadde dopo, cadavere scomparso e ritrovato, senza accenno alcuno alla leggenda della sua figura. Enciclopedico.
Ottimo questo lavoro senza fronzoli e retorica. Grandioso sempre, inutile dirlo, Benicio Del Toro.
Hasta la victoria siempre.


Titolo originale: Guerrilla
Nazione: U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Biografia
Durata: 132'
Regia: Steven Soderbergh
Cast: Benicio Del Toro, Lou Diamond Phillips, Franka Potente, Benjamin Bratt, Julia Ormond, Catalina Sandino Moreno, Kahlil Mendez, Yul Vazquez, René Lavan, Edgar Ramirez, Jordi Mollà, Yul Vazquez, Carlos Bardem, Demián Bichir, Rodrigo Santoro
Produzione: Laura Bickford Productions, Morena Films, Telecinco, Wild Bunch
Distribuzione: BIM

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giovedì, aprile 16, 2009

Cinema: Che - L'Argentino

Cinema recensione

"Che - L'Argentino"



Quanto è difficile parlare di Ernesto “Che” Guevara con freddezza oggettiva, tanto e forse più è complicato fare un film sul personaggio. Se poi dietro alla macchina da presa si piazza Steven Soderbergh famoso per blockbuster molto americani, si parte un po’ prevenuti.
Non nego, chi scrive è di parte, adora il personaggio in oggetto e disdegna un certo cinema americano in mainstream quindi va da se che “L’argentino” viene visto con occhio più che critico, con matita rossa (apprezzate il doppio senso) in mano.
Sorpresi da Soderbergh, col senno di poi, il regista americano riesce a mantenere le promesse. Crea un film che punta in toto sull’aspetto umano lasciando ogni velleità di appartenenza politica, pro o contro che sia.
Il fatto stesso però di schiarire il colore rosso, del tutto personale del Che, toglie la quintessenza del personaggio stesso togliendo un po’ di mordente alla storia.
Qui non si parla di tutta la vita del Guevara, ma si analizza il periodo della Rivoluzione Cubana, altro motivo per il quale questa schiarita di colore non giova. Fidel, Raoul, Camillo e gli altri barbudos sono delle comparse di lusso, ruolo dal quale si stacca, per ovvi motivi sentimentali, Aleida divenuta poi seconda signora Guevara.
Qualche licenza poetica non manca, vedasi il Granma un po’ bistrattato e soprattutto la figura eccessivamente flowerpower del caro Camillo Cienfuego, il “Señor de la Vanguardia”.
L’esercizio cinema di Soderbergh è comunque ben fatto. Il regista americano affascina il pubblico con continui flash back e inserti in bianconero che tagliano la narrazione della Rivoluzione Cubana.
Guevara intervistato è l’immagine che apre il film, narrata da dettagli strettissimi che indugiano sui suoi modi di fare. Poi, si passa all’incontro con Fidel a Città Del Messico, poi ancora la Sierra Maestra e ricchi inserti dell’intervento del Che all’Onu. Quando l’azione si sposta o ritorna nella verdeggiante Cuba il fruscìo della selva e il rumore dei proiettili prende il posto delle parole. Il tutto è abilmente raccontato da una telecamera a spalla e va a braccetto con l’aspetto più umano e tutto incentrato sulle persona del Che. A volte medico, a volte guerrigliero. Umile e disponibile.

Ottima anche l’interpretazione. Personaggi reali forti e ben caratterizzati vengono dipinti benissimo dagli attori. Va detto, Benicio Del Toro è bravissimo e perfetto in ogni sua movenza e modo di fare guevariano, ma...è meno affascinante dell’originale, icona inarrivabile.Grandioso poi Demian Bichir che incarna alla perfezione il lider maximo Fidel Castro.
“L’Argentino” co-prodotto da Benicio Del Toro, ha avuto una gestazione lunghissima che non ha lasciato nulla al caso. All’inizio Soderbergh aveva pensato solo alla seconda parte della vita del Che, cioè la Bolivia, ma poi ci ha ripensato e ha realizzato anche “L’Argentino”. La seconda parte sarà nei cinema dal primo maggio.


Titolo originale: The Argentine
Nazione: U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Biografia
Durata: 131'
Regia: Steven Soderbergh
Sito ufficiale: www.che-movie.co.uk

Cast: Benicio Del Toro, Franka Potente, Carlos Bardem, Kahlil Mendez, Yul Vazquez, Demián Bichir, Rodrigo Santoro
Produzione: Laura Bickford Productions, Morena Films, Telecinco, Wild Bunch
Distribuzione: BIM
Data di uscita: Cannes 2008
10 Aprile 2009 (cinema)

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giovedì, aprile 09, 2009

Cinema: Louise Michel

Cinema

Recensione

"Louise Michel"


Louise Michel è stata un’anarchica francese, che ha dedicato la propria vita ai diritti delle donne e all’insegnamento. Ha vissuto nella seconda metà dell’ottocento e nei primissimi anni nel novecento.
Louise e Michel invece sono i protagonisti di questo film che parte dal geniale doppio senso del titolo. E la pellicola non è da meno.
Trattasi di una a dir poco cinica commedia incentrata sui tempi moderni. Un’opera di stampo inglese-nordico, per modi e temi trattati, lontana dai buoni sentimenti e facilonerie delle commedie francesi di ultima generazione.
Cinismo a tutto spiano, pesante fino al limite e una volontà ferrea di sconfinare nel cinema dell’assurdo. Il tutto raccontato da una regia veloce e amante dei dettagli, in grado di descrivere benissimo con graffiante ironia lo squallore dei luoghi in oggetto.
Le cronache degli ultimi anni e quelle recentissime (vedi il caso Caterpillar) giocano a favore del soggetto del film, liberando l’istinto omicida di ognuno di noi. Vendetta è fatta!
In un piccolo paese della Picardia, Nord della Francia, nonostante le assicurazioni del proprietario, una piccola azienda tessile chiude dall’oggi al domani senza avvisare le operaie. I sindacati ottengono una buona uscita e con questi soldi le operaie, unite nella lotta, decidono di assoldare un killer per uccidere il proprietario.
L’idea è di Louise stravagante e analfabeta che in realtà è un ex galeotto, finito in carcere per omicidio di un consulente bancario, travestito da donna per rifarsi una vita. Trova un killer, Michel, sedicente “security manager” di una serie roulotte e omicida, fallito, a tempo perso. Michel in realtà è una donna, dalle sembianze maschili per i troppi ormoni presi per l’atletica leggera.
Totalmente incapace di uccidere, Michel subappalta il lavoro alla cugina malata terminale di cancro. Uccide. Finirebbe qui se non fosse che il morto non è il vero proprietario. Ed ecco che inizia una lunga caccia all'uomo con conseguente scia di sangue che porta Michel, Louise e un vecchietto malato terminale alla ricerca del vero boss dell’azienda. Prima a Bruxelles e poi nel Jersey. Invano. L’azienda fa parte di un complesso gioco di scatole cinesi.
La cattiveria e la disperazione messa in mostra in questa pellicola è figlia dei nostri tempi. In “Louise Michel” i connotati della società sono azzeccatissimi e precisi e si mischiano benissimo nel contesto assurdo messo in piedi.
Buoni i personaggi, soprattutto Louise, cinico/a, sadico/a essere piuttosto oscuro. Meno chiaro Michel di cui putroppo possiamo limitarci a intuire delle cose. Unico neo.
Per tutto il resto una vera toccasana di intelligente cattiveria per tutte le vittime del sistema moderno.



Titolo originale: Louise Michel
Nazione: Francia
Anno: 2008
Genere: Commedia
Durata: 94'
Regia: Gustave de Kervern, Benoît Delépine
Sito ufficiale: www.myspace.com/louisemichellefilm
Cast: Yolande Moreau, Mathieu Kassovitz, Bouli Lanners, Robert Dehoux, Albert Dupontel, Philippe Katerine, Kafka
Produzione: No Money Productions, Arte France Cinéma

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lunedì, marzo 16, 2009

Cinema: L'onda

Cinema

"L'Onda"

Pensate al Prof. Keating de "L'Attimo Fuggente". Ai giorni nostri. Pensatelo su un'auto scassata, con musica rock a palla, vestito con una sdrucita maglietta dei Ramones e mentre si fa chiamare per nome dagli allievi.
Ecco che avrete Rainer Wenger, insegnante tedesco, illuminato e illuminante, amato dagli studenti, che con il Keating di Robin Williams condivide metodi di insegnamento assai anticonformisti.
Lui è l'ideatore di un esperimento sociologico, molto estremo, oggetto di questo film: "L'Onda". Pellicola tedesca del giovane Dennis Gansel incentrata sui giovani, sulle masse e sulla sociologia.
Interessante e snello studio sulla manipolazione delle giovani menti, girato in maniera altrettanto moderna e attualissima con un occhio e una mano spesso da videoclip. Musica, My Space, graffiti, internet, skate, entrano di prepotenza, bene, in questo lavoro. Come giusto che sia.
"L'Onda" si ispira a un fatto realmente accaduto nel 1967 in California. Un esperimento simile, documentato poi da un film tv di diversi anni dopo e soprattutto tema centrale di una novella che ha acceso la fantasia di Gansel, che ambienta il suo lavoro in una scuola superiore tedesca, aggiungendo automaticamente gli scontati fantasmi della storia.
Il trait d'union di queste opere è l'autarchia. Rainer Wenger, durante una lezione sul tema, chiede "E' possibile che in Germania torni una dittatura?". Alle risposte negative dei suoi allievi, lui risponde con un esempio pratico. Una sorta di sfida. In una settimana crea, pian piano, un gruppo a cui da un nome (L'Onda appunto), una divisa, un saluto.
L'effetto all'inizio è convincente. I ragazzi sono entusiasti e ne trae beneficio anche la mediocre squadra di pallanuoto della scuola che ne assume lo spirito di squadra e di sacrificio. Ma col passare dei giorni, l'esperimento sfugge di mano. Wenger stesso si fa prendere dal gioco e gli allievi diventano ciechi seguaci che trasformano il concetto nell'isterismo e negli eccessi che la storia ci ha insegnato.
Tema delicato, sottile e molto affascinante. Viene da chiedersi quanto sia realmente possibile. Abbastanza si direbbe, leggendo qua e là le pagine della cronaca, anche se Gansel, per ovvi motivi spinge sull'acceleratore esasperando le tematiche, rendendo più spianata la strada. Concentra il tutto nei 100' minuti di pellicola, obiettivo non facile, ci mette troppe cose, sacrificando e soprattutto lasciando qualche tema in uno stato di bozza. Superficiale soprattutto nella psicologia dei personaggi principali.
Ingenuità a parte e recitazione non da urlo, "L'Onda" raggiunge il suo scopo, facendo nascere le giuste riflessioni.


Titolo originale: Die Welle
Nazione: Germania
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 101'
Regia: Dennis Gansel
Sito ufficiale: www.welle.info
Cast: Jürgen Vogel, Frederick Lau, Max Riemelt, Jennifer Ulrich, Christiane Paul, Elyas M'Barek, Cristina do Rego, Jacob Matschenz, Maximilian Vollmar, Max Mauff
Produzione: Rat Pack Filmproduktion GmbH
Distribuzione: BIM
Data di uscita: 27 Febbraio 2009 (cinema)

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martedì, febbraio 24, 2009

Cinema: Milk

Cinema Recensione

"Milk"

:

"Mi chiamo Harvey Milk e voglio reclutarvi tutti!". Questo era il grido di "battaglia" con il quale Harvey Milk infiammava la folla prima di dare il via a uno dei suoi tanti discorsi pubblici. Lontani da quegli anni settanta e da quegli States, vedendo "Milk" ci sentiamo in ogni caso "reclutati tutti", un po' per le giuste lotte che portava avanti ma soprattutto per la bellezza assoluta di questa pellicola.

Perché in fin dei conti poco importa se siete gay o se siete totalmente contrari o se per voi Harvey Milk è un genio o un pervertito/malato. Poco importa, perché "Milk" è un capolavoro. Sotto ogni punto di vista. Oltre ai modi pensare e alle prese di posizione. Un film che va ben oltre al "biopic" che rappresenta.

La vita di Harvey Milk è già finita al cinema. Nel 1984 il regista Epstein diede alla luce un documentario che vinse l'Oscar come miglior documentario. Ora tocca a Van Sant. Il regista americano ci ha abituato bene, a volte benissimo, ma qui forse si spinge oltre creando un'opera che non ha pecche né di tecnica, né di narrazione, nè tantomeno di interpretazione.

Frammenti video dell'epoca si mischiano e si fondono con il girato di Van Sant, dando spesso l'impressione di assistere a un film degli anni settanta. La narrazione è suggestiva, mai banale, con un occhio che cerca vie e soluzioni nuove. Meraviglia spesso e e raggiunge l'apoteosi con una tagliente scena riflessa in un fischietto che giace a terra. Uno split screen annuncia un'adunata di massa.Poetico poi il parallelismo con la musica classica e con l'Opera di cui il protagonista era grande appassionato.

Sebbene sia un "biopic" non si santifica Harvey Milk, ma si racconta la vita facendo vedere anche i lati negativi e in qualche caso opportunisti del personaggio. Anche i "cattivi" godono di una certa freddezza narrativa che si basa esclusivamente sui fatti e sta ben lontanto da giudizi di sorta. Dan White, l'omicida, non viene martoriato né giudicato, mentre gli ultraconservatori hanno la possibilità di esprimere le proprie tesi chiaramente contrastate da Milk.

Una storia vera questa di Harvey Milk. Ebreo, newyorkese, gay, fugge a San Francisco e passo dopo passo inizia una lunga e tenace battaglia per i diritti umani degli omosessuali.

La rincorsa è assai lunga, dal distretto di "Castro", quartiere eterogeneo, un po' hippie, un po' gay ma anche conservatore, Milk lotta e combatte e fa proseliti. Elezione dopo elezione, non è facile farsi largo, ma un giorno riesce ad essere eletto nel Consiglio Comunale. Non gli basta. Non si ferma e vince la sua più importante battaglia quando riesce a bloccare una legge anti-omossessuali voluta dai gruppi ultraconservatori.

Le cronache riportano che Harvey Milk fu un vero uragano, un innovatore, un combattente per i diritti umani che fece notizia e scalpore, la cui onda travolgente non si è fermata neanche dopo il suo omicidio, commesso da Dan White anch'egli consigliere comunale, andando avanti negli anni.L'ornamento che suggella e sigilla "Milk" come capolavoro è la recitazione perfetta di un ottimo cast. Sean Penn è Harvey Milk, notare bene: un eterosessuale che interpreta un gay. Una scommessa, grossissima, vinta e stravinta, grazie alla bravura di Penn che riesce a interpretare il personaggio senza enfatizzare e toccando le giuste corde. Chi ha visto il vero Harvey e chi ha visto il film, ne è convinto: Sean Penn è identico in tutti i modi di fare. Josh Brolin ha l'unico difetto di avere a fianco un Sean Penn perfetto, ma a ben guardare anche l'attore protagonista di "W." di Oliver Stone è a suo perfetto agio in un personaggio complesso, pieno di lati oscuri e sorprendente per chi non conosce i fatti. Bravissimi anche tutti gli altri da Emile Hirsh, già visto in "In To The Wild" di Penn, arguto e combattivo attivista a James Franco fidanzato di Milk, maturo e delicato. Prestazioni che sono solo un'altra perla in un film che ha meritato l'attenzione e i premi che ha vinto

Scheda Tecnica

Titolo originale: Milk
Nazione: U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 128'
Regia: Gus Van Sant
Cast: Sean Penn, Josh Brolin, Emile Hirsch, James Franco, Diego Luna, Brandon Boyce, Denis O'Hare, Victor Garber
Produzione: Focus Features, Groundswell Productions, Jinks/Cohen Company
Distribuzione: BIM
Data di uscita:

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lunedì, febbraio 02, 2009

Cinema: Tony Manero

Cinema
"Tony Manero"

Il punto è capire cosa sareste disposti a fare per seguire un effimero idolo che vi porti fuori dalla mediocrità quotidiana. Trovata questa risposta, qualunque sia, non mancherete di biasimare o comprendere la storia di Raul. Cileno nel Cile di Pinochet.
In una nazione alla sbando economicamente e socialmente, militarizzata al massimo, il regime cerca di “vendere” modelli di vita scintillanti e di successo utilizzando tra i tanti mezzi un programma TV che cerca sosia di personaggi famosi.
“Lei cosa fa nella vita? Questo…ballo” è la frase emblematica di Raul, uno dei tanti sognatori, uomo di mezza età "ammalato" della “Febbre del sabato sera”, per meglio dire dal personaggio principale: Tony Manero.
La vita di Raul è uno schifo. Vive da “Re della Giungla” in una sordida stanza in uno scalcinato ristorante periferico con una donna attempata, una di lui coetanea, la figlia di quest’ultima e un ragazzo. Dispone di loro, fisicamente e psicologicamente cercando anche di preparare un numero di ballo ispirato ovviamente alla “Febbre del Sabato Sera”.
Questo e la voglia di vincere la puntata di sosia di Tony Manero, porta Raul a calpestare, uccidere, derubare e tradire chiunque gli si pari davanti. Schifosamente. Sferzate di ironia cupa spuntano qua e la dai muri incrostati e finiscono sui colori spenti che fanno di “Tony Manero” un film pesante e disgustoso. Crudo.
Non si lesina sui particolari. Ogni dettaglio anche estremo viene mostrato e si sposa col già descritto decadente ambiente facendo assumere al tutto un connotato ancora più atroce.
Si. Disgustoso capolavoro del giovane Pablo Larrain che spinge al massimo verso ogni direzione, narrativa e tecnica, possibile.
Questa storia dalla morale importante viene narrata con superba abilità e maestria, utilizzando uno stile velocissimo e mobilissimo, fatto di camere a spalla e tagli vorticosi. Tutto così reale, sommando i fattori. Tutto così atrocemente comico vedendo alcune scene, vedendo la vita di Raul e l’assurda trasmissione TV.
Ottimi gli interpreti. Dai comprimari per finire ovviamente con Alfredo Castro che interpreta Raul “Tony Manero” Peralta, il killer gelido e senza scrupoli, buon ballerino incantato dalla retorica di regime.
Opera non facile che a vedere le facce a fine proiezione divide e sbalordisce il pubblico. In ogni caso un gioiello in tutto e per tutto.


Titolo originale: Tony Manero
Nazione: Cile, Brasile
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 98'
Regia: Pablo Larrain
Sito italiano: www.tony-manero.it
Cast: Alfredo Castro, Paola Lattus, Héctor Morales, Amparo Noguera, Elsa Poblete
Produzione: Fabula Productions, Prodigital
Distribuzione: Ripley's Film

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venerdì, gennaio 09, 2009

Cinema: Come Dio Comanda

Recensione

Come Dio Comanda


Una provincia insonne. Rassegnata. Un mondo terribile, decadente, sconcertante. Salvatores nel suo “Ammaniti-bis” descrive quanto peggio si possa vedere e incontrare, riuscendo a intristire e a segnare anche lo spettatore più allegro.
Dopo “Io Non Ho Paura” arriva “Come Dio Comanda” che però non ottiene gli stessi riscontri positivi del predecessore e non sempre riesce a convincere.
Intendiamoci gli spunti interessanti e degni di nota sono tanti e ottimi, ma a questi si alternano momenti di debolezza che abbassano il livello del film.
Tutto è nero in “Come Dio Comanda”. I personaggi chiave sono pesanti e i rapporti tra loro e loro e il Mondo sono tesi e isterici. Padre e figlio sono il focus. Un padre neonazista, Rino Zena, con una sua morale personale cresce un figlio, Cristiano, maschera disincantata e vuota che ha come faro e come "Dio" il padre. Unici amici di famiglia un operaio, “Quattroformaggi” che un incidente ha reso “svitato” e l’ovvio Assistente Sociale.
Questa famiglia allargata vive distaccata dal vicino piccolo paese e quando ci “entra” l'effetto è più che conflittuale fino a provocare la morte di una ragazza, fattaccio che stravolgerà per sempre gli equilibri del microcosmo dei tre.
Quello che funziona in “Come Dio Comanda” è la voluta drammaticità dei personaggi, ben descritti e soprattutto mai giudicati. E’ da cineteca poi la scena principale di tutto il film. Venti minuti, circa, in un bosco al buio con il suono scrosciante della pioggia che sostituisce le parole. E’ qualcosa di ipnotico, affascinante e mai noioso.
Bellissimo poi il contrasto, gusti musicali a parte, creato da una canzone smaccatamente pop come “She’s The One” di Robbie Williams. Ascoltata dai personaggi esclusivamente via IPod rappresenta uno stacco roseo dalla truce realtà. Non male nemmeno il rapporto molto particolare tra padre e figlio. Amore e odio, dubbi e sospetti che alla fine non scalfiscono il rapporto e la venerazione.
Peccato però che a lungo andare la storia perda mordente e si affievolisca. Se escludiamo poi la prova di Filippo Timi nei panni di Rino, gretto e bastardo il giusto, quella di Elio Germano con “Quattroformaggi”, sorprendente ed espressivo ma a volte esagerato e quella di Alvaro Caleca, Cristiano, che rende bene il suo personaggio, tutta la restante recitazione viaggia su canoni decisamente bassi per un film di Salvatores. Poco credibili i comprimari. Poco interessanti. Fabio De Luigi, stimato e ottimo comico, come assistente sociale è fastidioso e leggero nei suoi modi di fare parecchio simili a quelli già visti in una nota sit-com.
La stima nei confronti di Salvatores per noi non cambia. Ancora una volta ha dimostrato di essere un grande regista (vedere la scena del bosco), il cui pregio principale è quello di non ripetersi mai, cercando storie e soggetti nuovi. A volte ci riesce benissimo. A volte non lo fa “Come Dio Comanda”.

Titolo originale: Come Dio comanda
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 103'
Regia: Gabriele Salvatores
Sito ufficiale: comediocomanda.it.msn.com
Cast: Elio Germano, Filippo Timi, Fabio De Luigi, Alessandro Bressanello, Angelica Leo, Vasco Mirandola, Vasco Mirandola, Alvaro Caleca, Carla Stella
Produzione: Colorado Film Production, Friuli Venezia Giulia Film Commission, Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

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lunedì, dicembre 29, 2008

Cinema: Ultimatum Alla Terra

Cinema Recensione

Ultimatum Alla Terra

“Michael Rennie was ill the the day the earth stood still”. Se Micheal Rennie era malato, come dice la canzone d’apertura del “Rocky Horror Show” durante “Ultimatum alla terra”, del 1951 ora dopo il remake del 2008 si farebbe ricoverare.
Ed è proprio vero quello che dicono le due versioni, cioè che noi stiamo rovinando il pianeta e/o il Mondo. Certo, verissimo, soprattutto a partire dal cinema hollywoodiano, si direbbe, che ormai a corto di idee va a ripescare vecchi film, riproponendoli in versione rinfrescata ma con scarsi risultati.
“Ultimatum alla Terra” versione 2008 non ha nulla a che vedere con quello del 1951. La storia è più o meno simile, ma a questo gli manca il sale, la poesia, lo stupore e quel “fai da te”, tanto caro agli sci-fi dell’epoca che faceva simpatia a prescindere dalla storia.
L’originale fu poi un colpo a sorpresa, uno sci-fi che ebbe la sfacciataggine di essere totalmente pacifista in tempi di guerra fredda. Questo parla di ecologia. Sai che novità. Ne parlano tutti e in tutti i modi. Dai radar ai touch screen, gli anni passano, ma anche sugli effetti speciali siamo proprio sul misero, così come è misero di espressioni il personaggio dell’alieno Klaatu interpretato da Keanu Reeves. Si sforza e lo rende glaciale al massimo, bravo, ma alla fine l’effetto è fastidioso.
Si, “Ultimatum alla terra” proprio non incide, non morde e nemmeno fa riflettere l’arrivo di questo Klaatu, accompagnato da un robottone gigantesco, giunto da noi col fine di attuare un piano di eliminazione della razza umana perché sta rovinando il pianeta terra.
Sarà anche questo verissimo, ma se non altro il Rennie/Klaatu del 1951 era un Signor Alieno arrivato qui solo per avvisarci dei rischi che avremmo corso “Se…”, senza velleità di farci fuori, senza uccidere nessuno. Se si arrabbiava al massimo distruggeva le armi.
Il Reeves invece non ci pensa nemmeno tanto a portarsi avanti col lavoro suscitando l’interesse e l’ascolto di pochi cervelloni progressisti. In particolar modo una scienziata astrale che si porta dietro il figliastro di colore (Jaded Smith figlio di Will Smith), dando così quel tocco di politically correct che in film come questi non stona mai.
L’unica cosa degna di nota oltre al grande John Cleese è che le trattative con l’alieno le porta avanti il segretario alla difesa. Una donna. Kathy Bates. Segno che anche i film di fantascienza hanno scaricato l’uscente figura del Presidente. Non che i risultati siano migliori, lei è ottusa come tutti gli altri.
Ma quel che è peggio di tutto è che non si sente mai dire “Klaatu, Barada, Nikto!”. La frase che usava Micheal Rennie per disattivare il robottone Gorth e che da sondaggi è considerata una delle più famose e amate del cinema di fantascienza. Passano i tempi e cambiano le tecnologie e naturalmente Reeves non la usa, usando qualche altro metodo più moderno che passa inosservato. Come il film d’altronde.


Titolo originale: The Day the Earth Stood Still
Nazione: U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Drammatico, Fantascienza
Durata: 103'
Regia: Scott Derrickson
Sito ufficiale: thedaytheearthstoodstillmovie
Sito italiano: www.ultimatumallaterra.it/
Cast: Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Jon Hamm, Kathy Bates, John Cleese, Jaden Smith, Aaron Douglas, Lorena Gale, Roger R. Cross
Produzione: Earth Canada Productions, Twentieth Century-Fox Film Corporation
Distribuzione: 20th Century Fox
Data di uscita: 12 Dicembre 2008 (cinema)































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sabato, dicembre 13, 2008

L'Ospite Inatteso

Cinema
Recensione



"L'ospite inatteso"

E’ uno strano suono questo doppio senso del titolo. “L’ospite inatteso”. Stonato al confronto dei djambè, di Fela Kuti e della musica classica di cui questo film è infarcito. Ma ancor peggio è la stonatura di base tra la storia e le promesse-miraggio degli States.
“L’ospite inatteso” è una magistrale prova d’orchestra che mette su spartito l’ipocrisia, l’ingiustizia e i sogni infranti. Un film che oltre al geniale doppio senso (in originale “The Visitor”) non sbaglia una virgola, raccontando con rassegnata tristezza e un velo d’ironia una storia dei “tempi del sospetto” cioè dei giorni nostri.
Negli USA pre-Obama in attesa, si spera, di una svolta epocale, la società vive con imbarazzante e preoccupante sospetto del diverso. Dell’immigrato. L’essere che fugge, dal paese in cui vive, viene accolto da manifesti in cui campeggia la scritta “La forza dell'America...gli immigrati” per poi ritrovarsi intrappolato in una maglia di leggi e di diritti umani poco rispettati che rendono la terra delle libertà molto simile alla Siria, per citare una battuta di un personaggio del film. Ecco l’ospite in atteso.

Ma gli ospiti inattesi sono tanti in questa opera. Tarek un musicista e la sua compagna Zainab uno siriano e l’altra africana, che a New York affittano abusivamente, truffati tra l’altro, un alloggio. Il prof. Walter Vale, annoiato e spento uomo di mezza età, professore nell’Illinois che torna a New York per un convegno e che nel suo alloggio trova Tarek e Zainab. Un djambè di Tarek, che trasforma e fa innamorare Walter tanto da spingerlo a voler imparare a suonarlo.
L’ospite più inatteso e malvoluto è soprattutto Tarek, fermato dalla polizia di NYC e privo di permesso di soggiorno, viene imprigionato in una specie di centro di permanenza temporaneo. Lui e altri, che terroristi non sono, perché quelli hanno soldi e appoggi, dice Tarek, finiscono in completa balia di un sistema giuridico che si permette di negargli diversi diritti civili e che si riserva il diritto di trasferirli ed espellerli senza preavviso e senza possibilità di difesa.
Un muro tra autorità e parenti, una spirale di follia burocratica e legislativa che inghiotte tutti.
Sullo sfondo il suono di djambè e un cd di Fela Kuti mischiati alla vampata d’orgoglio di un uomo spento, Walter, che con Tarek riscopre la voglia di vivere. E tra questi personaggi, spicca paradossalmente la figura dell’avvocato difensore che appare in una sola scena prima di scivolare via, sfumare e “tornare” solo nei discorsi.

Quanto è difficile fare un film del genere? Tanto. Tantissimo. La trappola della visione buonista e di un lieto fine è sempre lì in attesa di un passo falso. Già solo nella caratterizzazione dei personaggi il rischio di cadere è altissimo. Ad esempio quanto sarebbe stato facile e di posa fare di Walter un personaggio razzista e conservatore per poi trasformarlo in un attivista dei diritti umani? Invece Walter Vale è un professore orientalista di vasta cultura e apertura mentale.
Questa è la bravura di McCarthy che riesce a stare alla larga dalle facilonerie giocando con un’asettica intelligenza e mano ferma. La bravura è enorme anche quando riesce garbatamente a toccare le corde giuste, senza sventolare la cosa, come nella scena, nostra preferita, in cui Walter, ormai solo e rassegnato, suona il djambè alla fermata della metropolitana. Quale? “Broadway – La Fayette”. Non a caso due simboli di NY e degli States.
Bravissimi poi tutti gli interpreti e sorprendente Richard Jenkins, Walter Vale, un nome assolutamente poco conosciuto, nostro malgrado.
“L’ospite in atteso” è stata una sorta di sorpresa, un film semi-indipendente, che ha ottenuto un successo commerciale enorme e critiche estremamente positive, oltre ad aver partecipato, sinonimo di qualità, al “Sundance Festival”.
Bastasse la cultura a eliminare certi pregiudizi saremmo a posto da un pezzo. In ogni caso un film come questo e l’apertura del “Mao” (Museo di Arte Orientale) di Torino che tra gli obiettivi, come dice il direttore Prof.Ricca, ha quello di unire e far conoscere culture differenti, non risolverà i problemi ma sicuramente ci fa sentire più “abbronzati”. Per dirla alla Silvio.



L'ospite inatteso

Titolo originale: The Visitor
Nazione: U.S.A.
Anno: 2007
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 103'
Regia: Thomas McCarthy
Sito ufficiale: www.thevisitorfilm.com
Cast: Hiam Abbass, Amir Arison, Danai Jekesai Gurira, Richard Jenkins, Maggie Moore, Tzahi Moskovitz, Laith Nakli, Haaz Sleiman
Produzione: Groundswell Productions, Next Wednesday Productions, Participant Productions
Distribuzione: Bolero Film
Data di uscita: 05 Dicembre 2008 (cinema)

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mercoledì, dicembre 03, 2008

Cinema: Changeling

Cinema
Recensione
"Changeling"



“Changeling” è un monolito che si staglia sugli schermi inamovibile e inscalfibile. Nonostante la mano ferma, fermissima, di una regia che non rischia e non sperimenta e nonostante una struttura narrativa lineare, Eastwood coglie ancora una volta nel segno, con un film compatto e preciso.
Questo è un lavoro che non ha difetti. Semplice e sicuro, avvolto da un certo alone di rassegnazione, narra una storia vera riuscendo a tener altissima l’attenzione dall’inizio alla fine.
Un successo ancor più da sottolineare se consideriamo che Eastwood oltre alla regia, ha pensato e scritto le musiche e prodotto il tutto.
Gli Stati Uniti di fine anni venti e inizio trenta sono poi riprodotti in maniera precisa, dai vestiti per arrivare alla riproduzione della città di Los Angeles. Dettagli, su dettagli, sminuzzati, sottolineati dati in pasto al pubblico che li assume con piacere.
I protagonisti entrano in questa architettura con estrema scioltezza. John Malkovich è impressionante nel ruolo di un pastore presbiteriano, con tanto di capigliatura con “ondina” e baffetti. Freddo, distaccato e implacabile il Malkovich pastore si scaglia anima e corpo contro il potere. Angelina Jolie, protagonista, è piuttosto credibile nonostante non brilli eccessivamente per le sue espressioni e nonostante il silicone trasbordante delle notissime labbra. In ogni caso la Sig.ra Pitt riesce a rendere bene un personaggio delicato e drammatico lontano dalle sue passate performance.
La storia è come al solito, per i canoni di Eastwood, di drammatica quotidianità. Una spaccato di Stati Uniti che qui assume anche uno strano retrogusto. Il potere e la menzogna. Il sistema che nasconde (o che cerca di) i propri errori. Morale dei tempi che non cambiano? A voi la risposta, ma per noi è un si netto. Lo evinciamo dalla drammatica vicenda che ha per protagonista Walter Collins figlioletto di Christine, che un giorno sparisce nel nulla. La polizia sicura del ritrovamento riporta a casa Collins, alcuni mesi dopo, un bambino che però non è Walter. Da qui nasce una lunga lotta tra Christine e il potere che continua ad essere sicuro dell’autenticità del ritrovamento, incolpando pure la donna di scarsa responsabilità.
Menzongne su menzogne per salvaguardare l’immagine della polizia di Los Angeles. Immagine e credibilità che crollano quando, quasi per caso, si viene a sapere dell’esistenza di un maniaco che ha ucciso circa venti bambini.
Da qui in poi “Changeling” viaggia in maniera affascinante sul parallelismo di tre storie. Due mondi che cadono: quello del maniaco processato e giustiziato e quello del potere ormai senza più un briciolo di credibilità processato ed esautorato e dall’altra parte un mondo che cerca di ricostruirsi con Christine Collins che cerca di rifarsi una vita e di darsi delle risposte a volte invano, a volte no ma sempre senza perdere la speranza di riabbracciare il figlio.
Magari non "Changeling" non è all'altezza di "Million Dollar Baby", ma è sicuramente l'ennesima prova di bravura di Clint Eastwood.

Changeling

Titolo originale: Changeling
Nazione: U.S.A.
Anno: 2008
Genere: Thriller, Giallo
Durata: 140'
Regia: Clint Eastwood
Sito ufficiale: www.changelingmovie.net
Sito italiano: www.changeling-ilfilm.it

Cast: Angelina Jolie, John Malkovich, Riki Lindhome, Amy Ryan, Colm Feore, Devon Gearhart, Jeffrey Donovan, Kelly Lynn Warren, Devon Conti
Produzione: Imagine Entertainment, Malpaso Productions
Distribuzione: UIP
Data di uscita: Cannes 2008
14 Novembre 2008 (cinema)





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venerdì, novembre 07, 2008

Cinema "Control"

Cinema
Recensione

"Control"



Ian Curtis travolge, si muove, commuove. Post-Punk.
C’è voluto ben un anno prima che anche l’Italia potesse ammirare questo gioiello. Gioiello si. Un capolavoro, un connubio giustissimo tra modo e tema. Granitico “Control”. Memorabile. In parte era lecito attenderselo, visto che il regista è uno che ha un certo curriculum. Anton Corbjin un olandese famoso nel mondo della musica per essere stato fotografo e soprattutto regista di numerosi videoclip di artisti come: Depeche Mode, Nirvana, U2, Mercury Rev, Cold Play, oltre ovviamente ai pochi video dei Joy Division.
Appunto i Joy Division. Pensi alla band di Manchester e un paio di domande assillano “cosa sarebbe stato se...?”, “come hanno fatto a fare due dischi simili?”. La risposta non c’è ovviamente, così come non c’è risposta né spiegazione alla triste e veloce vita del cantante Ian Curtis, travolto dall’epilessia e dalle situazioni personali.
“Control” omaggia e ricorda lo stralunato e carismatico leader, in una sorta di biopic che ha il maggior pregio di poter essere apprezzato anche da chi non è fan dei Joy Division e da chi sa ben poco del gruppo. Ma ancor più strabiliante è l’aspetto che qui si parla di Ian Curtis e dei suoi problemi. Che poi che questo ragazzo sia stato il cantante dei Joy Division, sembra spesso un dettaglio secondario, un plus.
“Love Will Tear Us Apart”, “Control”, “Trasmission”, tanto per citare le più note canzoni dei Joy Division, piombano nel film senza essere preannunciate o raccontate, così come la storia e l’esplosione del gruppo non finiscono mai in una cronologia temporale, ma vengono percepite attraverso immagini e situazioni. Si evince che Curtis e soci stiano crescendo dai passaggi in tv, dalle persone nei concerti e dall’attenzione dei giornali. Non c’è la celebrazione di un mito, ma c’è la vita di un mito.
La scelta del bianco e nero e i sobborghi di Manchester, Macclesfield per l’esattezza, assieme ad una suggestiva fotografia aggiunge valore a un racconto livido e drammatico.
Durissima e intelligente, da standing ovation, è la sequenza che mostra il moto di una carrucola per lo stendi biancheria, drammatico avvertimento dell’incombente dramma di Ian Curtis.
Tratto dal libro della moglie di Curtis “Touching From A Distance”, “Control” è stato presentato a Cannes 2007 ottenendo un grandissimo riscontro di critica, vista anche la qualità e la bravura degli interpreti. Sam Riley nella parte di Curtis è assai convincente e guardando i video originali del gruppo, stupisce per l’intensità e la perfezione delle movenze e delle espressioni. Gli altri non sono da meno, soprattutto Samantha Morton che nei panni di Deborah Curtis vive il riflesso del dramma del marito.

Finita la recensione cinematografica, parliamo di musica. Ian Curtis nasce a Manchester nel 1956 e cresce a Macclesfield. Stralunato e diverso fin da giovane, Curtis è appassionato di poesia e musica, divora dischi di Bowie e Iggy Pop e legge avidamente Wordsworth, Burroghs e Conrad.

Nel 1975 a soli 19 anni sposa Deborah e l’anno successivo si unisce a due amici Bernard Sumner e Peter Hook che vogliono fondare un gruppo. Al trio si unirà presto il batterista Stephen Morris e i “Warsaw” cominciano a suonare in giro. Nel 1978, su idea di Curtis, leader e paroliere del gruppo, diventeranno i “Joy Division” ispirandosi al nome di un bordello nazista e ben presto si fanno notare dal pubblico e soprattutto da Tony Wilson proprietario della Factory Records e conduttore Tv di una nota trasmissione musicale “So it goes”.
Le movenze di Curtis che ricordano le sue crisi epilettiche e la miscela post-punk e decadentista fa diventare ben presto il gruppo come uno dei più innovativi sulla scena europea. Nel 1979 esce “Unknow Pleasure” sotto la dispotica ma efficace produzione di Martin Hannett ed un successo indipendente enorme.
Nel 1980 il gruppo bissa il successo con “Closer”, ma nel frattempo l’epilessia di Curtis peggiora e i potenti farmaci hanno il solo risultato di sfibrare il cantante che non regge più lo stress. Intanto la sua situazione famigliare è in grave crisi. Col cuore diviso e in subbuglio, il matrimonio con Debbie è ormai allo sbando e tutto ciò s’affaccia la sensazione di essere un pessimo padre.
La somma di queste cose, spinge Curtis al suicidio. Esattamente il 18 maggio 1980, poche ore prima della partenza per il tour negli States.
I restanti membri daranno vita a un nuovo soggetto musicale i New Order, diversi nel suono, negli intenti e…nella qualità.
I “Joy Division” invece hanno lasciato una pesante traccia che ha ispirato una marea di gruppi importanti. “Cure”, “U2” gli italiani “CCCP” e tra i nuovi arrivati “Editors”, “Interpol” e in parte i “Bloc Party”.


Titolo originale: Control
Nazione: Regno Unito, U.S.A., Australia, Japan
Anno: 2007
Genere: Drammatico, Musicale
Durata: 119'
Regia: Anton Corbijn
Sito ufficiale: www.controlthemovie.com
Cast: Sam Riley, Samantha Morton, Alexandra Maria Lara, Craig Parkinson, Joe Anderson, Toby Kebbell, Harry Treadaway, James Anthony Pearson, Matthew McNulty, Tim Plester
Produzione: NORTHSEE LIMITED
Distribuzione: Metacinema
Data di uscita: 24 Ottobre 2008 (cinema)

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giovedì, settembre 25, 2008

Cinema: Burn After Reading

Cinema
"Burn After Reading"

Se è vero che un battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo è anche vero, “Burn After Reading” docet, che delle semplici e inutili operazioni di chirurgia estetica possono scatenare una spirale di sangue complessa.

Il “casus belli” veramente ridicolo che fa esplodere un “casino” mostruoso con tanto di CIA è quanto di più geniale e comicamente irresistibile i Fratelli Coen potessero realizzare.

Cattivo, irriverente e pesante “Burn After Reading” è una critica straordinaria e a tutto tondo della società moderna, presa tra corna, manie di grandezza, fitness, siti internet per incontri e inquietanti metodi sbrigativi dell’intelligence. Una black-comedy, che fa ridere, tanto, tantissimo, usando la comicità nella sua forma migliore: non battute, ma situazioni e personaggi paradossali.

Certo che con un cast del genere, il cui cachet è più meno il PIL di un piccolo Stato, il risultato era immaginabile, ma comunque non facile. La parata di star che scende in campo, John Malkovich, George Clooney e Brad Pitt, centra in pieno il bersaglio, non calpestandosi mai i piedi e soprattutto dando l’impressione di divertirsi parecchio, in un mondo assurdo in cui Osborne Cox si licenzia dalla CIA e inizia a scrivere le proprie memorie. Memorie che invece di diventare un best-seller finiscono nelle mani di Linda e di Chad, lei impiegata in una palestra in preda alle voglie di cambiare look e lui istruttore bizzarro di fitness. I due ricattano Cox allargando a macchia d’olio l’affare e trascinando nel vortice il nevrotico funzionario di stato, ex guardia del corpo Harry, addirittura i Russi e i sbrigativi vertici della CIA che si pongono poche domande preferendo far sparire ogni traccia, ogni corpo. Un bel intrigo internazionale.

John Malkovich è come al solito spietatamente perfetto nell’interpretazione di un personaggio, Osborne Cox, che ostenta una notevole opinione propria, nonostante l’irrisoria importanza all’interno della CIA. George Clooney, Harry, è un nevrotico e fragile essere, donnaiolo, che finisce suo malgrado in mezzo all’intrigo diventando l’anello di congiunzione dell’intera vicenda.

Ma il personaggio migliore, l’interpretazione più divertente è meglio caratterizzata è quella di Brad Pitt. Lui da voce e maniera alla straordinaria macchietta dell’istruttore di fitness convinto salutista e appassionato di musica. Una risata fragorosa esplode tra il pubblico quando lui cerca di fare il duro al telefono chiamando Cox, o quando strizza gli occhi durante l’appuntamento per fargli paura. Esempi, pochi, del personaggio più riuscito dell’intero film nonostante Chad resti in scena molto meno degli altri.

Frances McDormand, Linda, ossessionata dalla chirurgia estetica è colei che fa esplodere questo caos totale senza rimanere in ombra di cotanto cast.

A risate finite comunque un po’ di tristezza resta, vista la critica corrosiva alla società moderna. Come se non bastasse la domanda è lecita: e se la CIA lavorasse veramente così? Insabbiando senza grandi domande e dubbi casi su casi? Chissà, ma la CIA qui descritta appare come una banda di persone che si trova in mezzo ad avvenimenti di cui non sa, non capisce e che vuole chiudere senza pensarci e senza trascichi futuri, facendo ben attenzione a non interpellare l’odiata FBI. Altra macchietta moderna ben riuscita.

Dunque i Coen dopo “Non è un paese per vecchi” strappano nuovamente applausi, ripronendo lo stile cinematografico di “Fargo” e del “Grande Lebowsky”. Assurdità e paradossi. Ma soprattutto ci fanno dimenticare quel brutto periodo di “Prima ti sposo e poi ti rovino” e di “Ladykiller”. Definitivamente bentornati!



Titolo originale: Burn After Reading

Nazione: U.S.A.

Anno: 2008

Genere: Commedia, Drammatico

Durata: 95'

Regia: Ethan Coen, Joel Coen

Sito ufficiale: www.filminfocus.com/focusfeatures/...

Sito italiano: www.medusa.it/burnafterreading
Cast: Brad Pitt, George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Matt Walton, Logan Kulick, Eric Richardson

Produzione: Mike Zoss Productions, Working Title Films


























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mercoledì, giugno 11, 2008

Cinema: Il Divo

Cinema
recensione


Il Divo


Come osa il Sig. Sorrentino Paolo toccare una delle icone italiane? E soprattutto come si permette di realizzare un film perfetto sull’argomento? Talmente perfetto che lo fa diventare di diritto uno dei migliori, se non il migliore, regista italiano contemporaneo.

“Il Divo”. Potere, misteri, affari sporchi della Repubblica Italiana. Il divo: Giulio Andreotti. L’uomo da cui e su cui, si dice, siano passate più della maggior parte delle vicende italiche.

Facile sarebbe pensare a un film d’accusa, un mix tra il documentaristico e il giornalistico, una miscela tra Moore e Travaglio.

Invece è proprio sul come che Sorrentino, sbalordisce e sbaraglia. Apre con un glossario sui fatti e personaggi italiani. Poi, è il grottesco che la fa da padrone e diabolici sorrisi spuntano qua e là. La regia è affascinante grazie a un mix di immagini che vanno dal poetico al veloce. Incastri di oggetti con immagini e luci, con l’aggiunta di sovraimpressioni sbilenche che accentuano il lato, se consentite il termine, pulp di alcune scene. Musica, fattore importante per i lavori di Sorrentino chiaramente non delude, sottolineando momenti e situazioni con una vastissima gamma di scelte sonore che oscillano dalla classica ai “Ricchi e Poveri”, chiudendo con “Da, Da, Da” dei Trio.

Forse, a ben vedere, ingrandendo il raggio d’azione, “Il Divo” non è solo un film su Andreotti. E’ un film sul potere occulto. Prova ne è, che lo stesso potere, rappresentato e gestito dal gobbo senatore a un certo punto gli gira le spalle. E’ proprio da quel periodo cruciale, un bivio fondamentale per la vita di Andreotti e della repubblica, che il film parte. Primi anni ’90. Mani pulite è alla porta. Il VII governo Andreotti ha grossi problemi e pian piano si sta sfaldando, così come la cosidetta Prima Repubblica. La corrente democristiana andreottiana esiste ancora e si sente forte è costituita da personaggi altisonanti: Lima, Pomicino, Ciarrapico e altri ancora, tutti presi dalla corsa per il potere. Gli eventi si susseguono, Andreotti corre per diventare capo dello stato, elevando, nel caso, ancor di più la propria figura. Intoccabile?. Ma è proprio lì, che qualcosa succede, che quel potere, amato e gestito, lo scarica. Scalfaro diventa Presidente. Andreotti finisce in tribunale in una serie di processi, che come sappiamo, si sono risolti in una bolla di sapone (nel frattempo sono passati tanti anni e c’è una nuova forma di potere…).

La figura che traspare del senatore è proprio quella che l’immaginario collettivo, più scaltro, si figura. Un uomo ambiguo, che sa, che forse ha fatto, che ha voluto e premeditato, come dichiara il personaggio in un monologo che costituisce la parte più forte del film. Vicende non chiare l’hanno visto in mezzo: l’omicidio Pecorelli, quello di Dalla Chiesa, il sequestro Moro e la collusione con la mafia. Traspare anche un uomo sicuro di se, ironico a tratti quasi tenero. Ossessionato dal fantasma di Moro. Riverente e adoratore di De Gasperi. Nemico, ma leale, dice lui, di personaggi come Nenni.

Toni Servillo, irriconoscibile, rende una forma di Giulio Andreotti, che come negli intenti di Sorrentino non è un sosia, ma un’assonanza con l’esplicito paragone a Helen Mirren in “The Queen” di Frears. L’obiettivo è ampiamente raggiunto e l’interpretazione dell’attore rende ancora più gustoso il lato grottesco della pellicola. Degnissima spalla è Anna Bonaiuto nel ruolo della Sig.ra Andreotti, così come è precisa Piera Degli Esposti come segretaria del politico.

Ottimo poi tutto l’entourage andreottiano. Strepitoso il Pomicino di Buccirosso, ottimo il Lima di Colangeli e meraviglioso la trasposizione, di Giulio Bosetti di Eugenio Scalfari che intervista Andreotti.

Clamore, come ovvio, ne ha suscitato tanto. Dalla frase “è una mascalzonata” di Andreotti, poi rimangiata a critiche di parte piuttosto imbarazzanti. Ma si sa in Italia certe cose e modi non moriranno mai, così come il dubbio: chi è veramente Andreotti?




Titolo originale: Il Divo
Nazione: Italia
Anno: 2008
Genere: Drammatico
Durata: 110'
Regia: Paolo Sorrentino
Sito ufficiale: www.luckyred.it/ildivo/

Cast: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film, Babe Film
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: Cannes 2008
28 Maggio 2008 (cinema)




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